Global Peace Index: indice della pacificità in Europa, Medio Oriente e Africa

Mathilde L’Hôte, tradotto da Giulia Alfieri
27 Septembre 2016



In che condizioni versa il mondo nel 2016? A rispondere è il Global Peace Index che stila una classifica composta da 163 Paesi in funzione del loro livello di pacificità e violenza. Il Journal International esamina almeno in parte le principali tendenze, i miglioramenti, le tensioni e i conflitti che avvengono attualmente nel mondo.


Global Peace Index 2016 - screenshot
Global Peace Index 2016 - screenshot
Il Global Peace Index, un rapporto pubblicato annualmente dall’Institute for Economics and Peace (IEP), ha l’obiettivo di classificare i Paesi in funzione del loro grado di pacificità. Analizzando la pace e quantificando il suo valore economico, gli studiosi dello IEP vogliono dimostrare che la pace è “positiva, tangibile e un provvedimento realizzabile per il benessere umano e dello sviluppo”. Nel giugno 2016 è stato pubblicato il 10° rapporto che fornisce una classifica comprendente 163 Stati, ovvero il 99,7% della popolazione mondiale.

Il “livello di pace globale” è determinato principalmente da tre ambiti: primo, “il livello di sicurezza di una società” che tiene conto di indicatori quali criminalità, instabilità politica, tasso di omicidi e di crimini violenti. Secondo, “il livello di conflitto interno e internazionale” che fa riferimento alla portata dei conflitti civili e internazionali in corso. Terzo, “il grado di militarizzazione” che rappresenta la capacità militare di una nazione e le risorse economiche che vi investe.

Secondo l’ultimo rapporto il livello globale della pace è diminuito rispetto al 2015. Se in un anno 81 Paesi sono migliorati, 79 hanno visto peggiorare drasticamente la loro situazione. “Il livello di conflitto interno e internazionale” così come “il livello di sicurezza di una società” sono regrediti rispetto all’anno scorso mentre “il grado di militarizzazione” ha mostrato un lieve miglioramento. Il livello di pace globale presenta notevoli variazioni regionali e nazionali che vanno necessariamente analizzate.

L’EUROPA, UNA REGIONE PACIFICA

Secondo il Global Peace Index l’Europa è la regione più pacifica, occupando ben 6 dei primi 7 posti della classifica: Islanda (1°), Danimarca (2°), Austria (3°), Portogallo (5°), Repubblica Ceca (6°) e Svizzera (7°), con un podio che rimane invariato rispetto al 2015.

Il Portogallo è il Paese che è migliorato di più nel 2016; questo è dovuto al suo progressivo ritorno alla “normalità politica” dopo un difficile processo di aggiustamento economico e finanziario imposto dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Quanto alla Grecia, è precipitata all’82° posto date le sue immense difficoltà ad adempiere le condizioni del salvataggio, oltre a un aumento del rischio di possibili ribellioni sociali legate alla crisi migratoria.

Altri Paesi europei hanno visto diminuire il loro livello di pacificità a causa dell’impatto che ha avuto il terrorismo sul loro territorio. È il caso della Francia (46°) e del Belgio (18°). Due Stati in particolare della regione europea – Francia e Regno Unito – presentano dei risultati molto bassi nei confronti degli indicatori della “pace esterna”, conseguenza del loro impegno militare degli ultimi anni su più fronti, soprattutto in Afghanistan, Sahel e ultimamente Iraq.

IL MEDIO ORIENTE E IL NORDAFRICA, NON PROPRIO ALLIEVI MODELLO

La regione Medio Oriente-Nordafrica riporta non solo i risultati più bassi ma anche il peggiore deterioramento dell’anno, dovuto ovviamente alle guerre civili in Siria, Yemen e all’aumento degli interventi esterni nella regione.

Lo Yemen (158°), coinvolto in una guerra civile dal 2015 e bersaglio di attacchi terroristici da parte di Al Qaeda nella Penisola Arabica e ISIS, ha visto aumentare notevolmente il numero di vittime, sfollati e rifugiati. La situazione dello Yemen, di conseguenza, ha influenzato il posizionamento dei suoi vicini, come gli Emirati Arabi Uniti che, a seguito del loro intervento militare nel conflitto, sono scesi al 61° posto del Global Peace Index.

Manifestazione durante la rivoluzione yemenita del 2011. Fonte: Flickr – Sallam
Manifestazione durante la rivoluzione yemenita del 2011. Fonte: Flickr – Sallam
Tra il flusso di combattenti jihadisti e l’aumento di attentati, l’influenza dello Stato Islamico ha prodotto un impatto negativo su diversi Paesi della regione: Arabia Sudita (129°), Libia (154°), Tunisia (64°) ed Egitto (142°).

Al 163° posto, l’ultimo della classifica, si trova la Siria. Messo a ferro e fuoco da più di cinque anni, il Paese è teatro di una guerra civile e di interventi esterni ed è quindi difficile fare un bilancio umano e materiale. Secondo l’Osservatorio Siriano per i diritti umani, la guerra avrebbe provocato più di 270.000 morti e più della metà della popolazione sarebbe sfollata o rifugiata. In termini di infrastrutture, stando a quanto dicono le Nazioni Unite, gli ospedali sono stati quasi tutti bombardati e il 20% delle scuole sarebbe rovinato o distrutto.

Tuttavia bisogna notare che sono saliti in classifica il Sudan (155°), l’Iran (133°) e l’Oman (74°), grazie soprattutto a una migliore situazione politica che si concretizza nella diminuzione del “terrore politico”.

IL DETERIORAMENTO DELLA SITUAZIONE NELL’AFRICA SUBSAHARIANA

Se il risultato della regione africana subsahariana è leggermente peggiorato, il suo posto rimane invariato rispetto al 2015 e la sua situazione è caratterizzata da esiti nazionali altalenanti.

La missione dell’Unione africana in Somalia e l’esercito somalo durante un’operazione contro Al-Shabaab. Fonte: Flickr – Nazioni Unite
La missione dell’Unione africana in Somalia e l’esercito somalo durante un’operazione contro Al-Shabaab. Fonte: Flickr – Nazioni Unite
Chad (136°), Mauritania (23°) e Niger (113°) si sono posizionati meglio grazie a una maggiore cooperazione tra Paesi, dovuta alla volontà di potenziare la sicurezza regionale che resta tuttavia ancora instabile e subisce una forte minaccia terroristica. I gruppi guidati da Al-Shabaab e Boko Haram continuano a incombere su molti Paesi, in particolare in Nigeria (149°) e Somalia (159°).

Altri Stati vedono diminuire il loro punteggio a causa di una situazione politica instabile: Gibuti è sceso di 19 posizioni e si ritrova al 121° posto a causa della ribellione sociale contro l’autoritarismo del governo che si è intensificato sempre di più dopo le elezioni dell’8 aprile 2016. Il mandato del presidente Ismaïl Omar Guelleh, in carica dal 1999, è stato infatti rinnovato con l’86,28% dei voti, risultato che ha sollevato non poche critiche. Anche il Burundi (138°) ha dovuto fronteggiare una grave instabilità politica e securitaria durante l’avvicinarsi e poi in seguito alla controversa elezione di Pierre Nkurunziza, giunto al suo terzo mandato consecutivo. Infine, il Burkina Faso (88°) ha visto peggiorare la sua sicurezza a causa di una transizione politica turbolenta nel 2015.

PER RIEPILOGARE

Nel 2016 le condizioni del mondo sono leggermente peggiorate, seppure si conferma la tendenza intrapresa nel 2015. Se in più di 81 Paesi il livello di pacificità è aumentato, in 79 la situazione si è aggravata drasticamente e, considerando l’aumento della presenza e di azioni di gruppi terroristici, l’intensificarsi di spostamenti forzati delle popolazioni – su scala nazionale e internazionale – e il maggior numero di conflitti interni, questa tendenza è destinata a proseguire nei prossimi anni.

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